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Eremo di S.Michele

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La costruzione dell'eremo di S. Michele Arcangelo, che i Longobardi ritenevano affine al dio Odino, signore della guerra, risale all'epoca Longobarda, periodo cominciato con l'invasione del 570 d.C. e terminato con l'arrivo dei Normanni. Questa chiesa è ubicata sul versante meridionale del monte Caruso, in una grotta rupestre, in corrispondenza di una sorgente che si esaurisce nel periodo estivo. Quasi in contrapposizione al paganesimo imperante ed al tempio della Dea Fortuna, è rimasto scolpito nella roccia e si eleva ancora oggi maestoso, non nella sua fattura materiale, bensì nella sua forza spirituale. Il convento fu consacrato a S. Michele dal Cardinale Vincenzo Maria Orsini (il cui nome di battesimo era Pier Francesco), durante gli anni che fu a Benevento e prima di ascendere al trono pontificio col nome di Benedetto XIII. Pertanto, ben si sa che il Cardinale Orsini consacrò, a suo tempo, tutte le chiese dell'Arcidiocesi Beneventana. A metà della strada che conduce al convento, è situata una croce, che, secondo la credenza, è stata scolpita nella roccia in onore del Cardinale Orsini che, stanco per la faticosa scalata, si riposò su quella pietra; essa è chiamata "Pietra Santa" ed i foglianesari la baciano per devozione al salire e allo scendere dal monte. L’Eremo, così come oggi lo vediamo è articolato su tre livelli la cui realizzazione è certamente successiva attribuibile ad epoche ed esigenze diverse. La cavità naturale, che in origine doveva essere certamente di dimensioni molto più ridotte, presenta le caratteristiche tracce della lavorazione che l’hanno configurata almeno nella parte che oggi è destinata al culto, come una breve galleria che si inoltra all’interno della montagna con un percorso in leggera salita. Una serie di poggi è scavata lungo il breve percorso; alcuni di questi, a ragione della configurazione concava, sembrano destinati alla raccolta temporanea di acqua o di altri liquidi. Sulla sinistra subito dopo l’altare un accenno di scalini dà accesso ad un piccolo ambiente illuminato da una piccola finestra che in origine doveva dare direttamente all’esterno, visto che l’attuale ambiente di culto non esisteva. La parete che oggi costituisce l’ingresso alla chiesa è in realtà formata da una doppia fodera muraria: la prima, quella più interna conserva le tracce di alcuni vani che rappresentavano gli originari accessi. I pesanti dissesti che gli archi mostrano sono allo stesso tempo il segno dello stato di degrado in cui a più riprese la struttura si è trovata, ed anche la ragione per cui all’esterno è stato necessario a suo tempo, aggiungere una fodera di muratura per rafforzare la resistenza. Anche le volte interne sono la successiva evoluzione di una copertura originariamente a tetto che probabilmente era insufficiente a garantire la conservazione. Il restauro si è trovato a combattere con le stesse difficoltà: prima di tutte quelle caratteristiche legate ai problemi di accesso al sito, in secondo luogo quelle ancora più gravi legate alle condizioni morfologiche e geologiche del luogo. L'altare, in pietra viva, conserva ancora un dipinto, in buono stato, di epoca longobarda. Sottostante alla chiesa è attaccato un conventino dove, un tempo, dimorava l'anacoreta custode del Santuario e che ispira ancora quel senso beato di pace e di solitudine arcaica. Ristrutturato da qualche anno, l’eremo gode di una suggestiva vista su gran parte della Valle Vitulanese e del Beneventano.

l'eremo di S.Michele; in alto l'altare con la statua del Santo


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