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Badia di S.Maria in Gruptis

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I ruderi della Badia benedettina di S.Maria in Gruptis (o S.Maria della Grotta o anche S.Maria in Criptis), situati in una posizione meravigliosa nello spacco di montagna tra Solopaca e Vitulano, rappresentano da sempre la testimonianza di un passato ricco di storia e di leggende. Sono ancora oggi visibili all’ombra del monte Pentime, precisamente in quella distesa detta Chiaria e Chiarella a ridosso del monte Drogi, nel tempo diventato monte Drago, su uno strapiombo detto il “Funno”, in una posizione strategica in corrispondenza di due antiche mulattiere, che collegavano la Valle Telesina alla Valle Vitulanese. Il monastero, nei secoli passati, aveva sotto il proprio dominio innumerevoli beni sotto forma di feudi inscritti in zone anche lontane, come Capua e Pontecorvino. L’abbazia, il cui nome più antico spesso ritrovato nei documenti era S. Maria di Monte Drago, fu fondata tra il 940 e il 944 dal principe longobardo di Benevento Atenulfo II o Atenulfo III e dedicato alla Madonna. In seguito, probabilmente, fu aggiunto il toponimo “della Grotta” per il culto praticato dagli eremiti del tempo, che solevano ritirarsi in quelle grotte naturali, di origine carsica, ancora oggi presenti nella chiesa. Non si ha notizia certa su quale sia stato l'ordine religioso o eremitico che lo abitò per primo. L'opinione comune è che lo abbiano costruito e abitato inizialmente i monaci Benedettini che vi dimorarono fino al 1264 quando lo cedettero ai Celestini. Nel 1303 il monastero era abitato dagli Umiliati e, come testimonia il Meomartini, in quell’anno si decise di aggregare questi monaci a quelli di S.Maria, a Mazzocca, presso Foiano di Val Fortore, ma la generale sollevazione degli abitanti della Valle lo impedì. Posteriormente, cominciati i grossi benefici ecclesiastici, la Badia fu convertita in Commenda prelatizia. Durante il XV secolo il complesso fu restituito ai Benedettini, fino a quando Papa Innocenzo X nel 1652 soppresse tutte le costruzioni che erano abitate da meno di 12 unità. Nel 1660 venne affidato alla congregazione dei monaci Camaldolesi, ma, dopo il terremoto del 1688, il cardinale V.M. Orsini, arcivescovo di Benevento, ne ordinò l’abbandono, sia per lo stato di degrado in cui si trovava, che per i continui assalti dei briganti. Nella visita pastorale del 1705, il cardinale Orsini sconsacrò l’abbazia e fece trasportare le suppellettili nella chiesa dei Santo Spirito in Vitulano. Del monastero non rimane che una campana e una icona della Madonna in stile bizantino. Nel 1853, si ebbe il processo di divisione demaniale tra i comuni della valle circa gli ultimi possedimenti esterni al complesso. In seguito, soprattutto sino all'Unità d'Italia, il monastero divenne un rifugio per i briganti che ne seppero sfruttare la sua ottima posizione strategica. L’edificio oggi si presenta come un ammasso di ruderi che danno ancora un’idea della sua imponenza. Nel corso della sua storia si sono avuti diversi interventi architettonici. I fondamentali coincidono con quattro momenti storici diversi tra i quali, nel 1125, a seguito di un terremoto, sugli edifici esistenti furono erette una torre, una piccola cappella ed alcune celle furono dotate di mura di protezione sul lato del monte a strapiombo sul “Funno”. Un secondo intervento si ebbe nel 1354, in seguito ad un incendio nei boschi che attaccò l’edificio. Il terzo, nel 1370, fu ordinato dall’abate Donato di Cacciano, il quale fece costruire un campanile sul lato destro della chiesa, mentre l’ultimo intervento, promosso dall’abate Biagio Sellarolo, avvenne per interessamento dell’arcivescovo Palombara di Benevento, che decise anche lo spostamento del coro e della sagrestia per ricavare degli alloggi da utilizzare dal servizio noviziato. A causa della limitatezza dei ruderi, però, non si può risalire al vero stile architettonico: solo sul lato sinistro dell’ingresso principale, l’unica ala ancora originale, si nota qualche elemento di origine Sannita. L’impianto si sviluppa su una superficie stretta e lunga che giunge fino allo strapiombo del Funno, con un’area di molti metri quadrati. Dai resti si può apprezzare un’intera lunghezza, che va dal portone d’ingresso sino all’ultimo locale alle spalle del coro, pari a 59 metri e una larghezza variabile di 20 metri, compresi la facciata e il torrione, per poi progredire, all’altezza del chiostro, di circa 28 metri, per riportarsi infine ad una sessantina di metri fra l’ultimo locale, situato nelle grotte superiori, e lo spigolo finale del coro. Dell’antico edificio, si conservano oggi l'imponente torre quadrata che si sviluppa su tre livelli con marcapiani di pietra arrotondati e spigoli con blocchi ben squadrati, l'alto recinto murario che chiudeva il monastero a monte, la porta di ingresso all'edificio a sinistra della torre e a quota più bassa rispetto ad essa. In asse con l’ingresso, più avanti, si trovava la chiesa della quale non rimane in piedi che la parte terminale con l'abside con tracce dell'intonaco. A destra della chiesa una scala conduce ad una quota più alta dove si attraversano una serie di ambienti comunicanti che dovevano costituire la parte riservata ai monaci. Sul retro dell'abbazia, in uno slargo che si affaccia sulla Valle Telesina, rimangono i ruderi di una costruzione che doveva essere una piccola cappella e lungo la parete rocciosa si osservano delle grotte carsiche.

la Badia di S.Maria in Gruptis


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